LA DONNA-MADRE:

FIGURA UTOPICA (ANTI)FASCISTA

 

Patrizia Bittini

Washington University

 

 

 

     L’immagine della donna-madre si rivela nel corso del ventennio fascista come un punto chiave della propaganda di stato. Durante l'egemonia di Benito Mussolini, vari testi, opuscoli, articoli, manuali sono dedicati alla diffusione di tale icona. In seguito, con il progressivo affermarsi del discorso antifascista, si delineano alcune figure femminili appartenenti ad opere letterarie e cinematografiche strettamente legate al tema della Resistenza. Lo studio di tali opere offre un itinerario alla ricerca di un ritratto di donna antifascista ed allo stesso tempo incita ad un confronto con la visione esaltata nei testi precedentemente promossi dal regime. In particolare questo saggio tratterà il romanzo L'Agnese va a morire di Renata Viganò, il film Roma, città aperta di Roberto Rossellini ed infine il romanzo Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino.

     Il 1927 è un anno cruciale per l’atteggiamento fascista nei confronti della donna e della madre. In quest’anno si svolge a Ginevra una conferenza mondiale sulla popolazione alla quale partecipano demografi, eugenisti, fisici e antropologi provenienti dall'Europa, gli Stati Uniti e il Giappone. I temi discussi sono la regolarità dei fenomeni delle nascite, delle morti, dell'emigrazione, del matrimonio e la loro suscettibilità a uno studio quantitativo e a un controllo razionale. Inoltre è considerata la necessità di ulteriori dati (inclusi censi più dettagliati) e il ruolo delle scienze naturali e sociali nella formulazione di moderne politiche governative. Questa conferenza è indicativa principalmente per il fatto che essa segna ufficialmente l'affermazione di una politica italiana pronatalista.

     Un altro momento essenziale per tale propaganda è costituito dal discorso pronunciato da Mussolini il 26 di Maggio 1927 davanti alla Camera dei deputati, conosciuto come discorso dell'Ascensione. Il duce incita apertamente gli italiani alla riproduzione: "E quando tornate a casa, ricordate di dire alle vostre donne che ho bisogno di figli, di molti figli" (390).

     Nella formulazione della sua ideologia pronatalista Mussolini si appropria in particolare delle tesi proposte da Richard Korherr nel suo libro Il declino delle nascite: la morte dei popoli, pubblicato in Germania nel 1927 e fatto tradurre in italiano per ordine di Mussolini. Korherr a sua volta s’ispira al testo The Decline of West di Oswald Spengler, il quale paragona il popolo ad un corpo e sostiene che la salute di un corpo dipende dalla sua prolificità. Per Spengler e Korherr la caduta delle nascite è un aspetto di una più vasta regressione della cultura prodotto da un'estenuazione del sentimento religioso, effetto dell'urbanizzazione e dell'ascesa del femminismo. Korherr biasima la donna emancipata che vuole essere padrona del suo corpo e del suo destino.

     Mussolini manipola le tesi pseudoscientifiche di Korherr e le applica alla situazione italiana, esasperandone le previsioni pessimistiche e il legame tra diminuzione delle nascite e degenerazione culturale e morale. Paradossalmente l'indice delle nascite in questo periodo in Italia è ancora alto rispetto alle altre nazioni europee, ma il dato è distorto dall’affermazione che l'unico contributo alla natalità è offerto dalla popolazione rurale.

     L'altra manovra fondamentale consiste nel collegamento delle preoccupazioni per la quantità della popolazione con l'ansietà politica circa il futuro coloniale italiano. L’invecchiamento della popolazione italiana minaccia non solo il benessere della nazione, ma anche le sue relazioni con altri paesi e le sue ambizioni imperialistiche: "dove le culle sono vuote la Nazione muore e decade, mentre hanno diritto all'espansione le Nazioni molto popolate" (361).

     La propaganda fascista si dedica a definire il ruolo della donna come moglie e madre. A questo proposito lo scrittore Carlo Emilio Gadda offre un ironico commento alla presa di posizione di Mussolini riguardo alle donne: "Lui dimandava la Italia la rifigliasse otto in otto come la conigliera, da ne cavar figli. . . . Lui le voleva macchine enfiate per ogni nove mesi, per ogni tre, se natura per dannata ipotesi lo avesse conceduto" (199). Il desiderio di far diventare realtà la figura utopica della donna-madre si concretizza in varie leggi e prese di posizione governative. Sono istituiti diplomi, medaglie, premi ed esibizioni di madri prolifiche. Allo stesso tempo il governo promuove la continua opera della stampa per la diffusione di quest’immagine. A questo progetto collaborano in particolare le riviste indirizzate alle donne: la Rassegna femminile italiana, il Giornale della donna, l'Almanacco della donna. Tutte queste pubblicazioni tentano di operare una campagna d’educazione della donna mirata a precisare la sua funzione sociale. Ma contribuiscono anche conferenze, opuscoli e veri e propri vademecum, come La Donna fascista nell’irrobustimento della razza del Dr. Angelantonio Mancini. In quest’opera l'incitamento alla donna a concentrarsi nel ruolo materno assume perfino toni di minaccia:

 

          Ve lo posso affermare io come medico, perché la donna che è sposa, sana, senza

          alcun impedimento ed esente da disturbi seri, e che volontariamente non cerca di

          avere figli o se ne astiene, va soggetta nella sua vita a tali e tanti disturbi, a tante e

          tante malattie come i fibromi uterini, i fibromi e quelle d'indole nervosa, che essa

          maledirà per le sofferenze, un giorno, il momento di aver rinunziato alla gran gioia

          della maternità.  (17)

  

     Le caratteristiche fondamentali di questa figura, che il fascismo s’impegna tanto a propagandare, sono le seguenti. Fisicamente è una donna dal seno prosperoso che risveglia l'idea della maternità. L'abbondanza non è concentrata solamente nei seni che devono nutrire i figli. Il suo corpo è grande e promette protezione e generosità. Quest’aspetto fisico deve risvegliare l'idea del dare, la donna-madre è un essere che offre, che dà.

     L'idea del dare è direttamente collegata ad un'altra caratteristica: il senso di sacrificio. Ella deve essere pronta a sacrificarsi per gli altri ed in particolare per i figli e il marito. Particolarmente significativa è a questo proposito l'opera di Maria Antonietta Macciocchi: La donna "nera": "Consenso" femminile e fascismo, pubblicato nel 1976. In tale opera Macciocchi studia l’inclinazione al sacrificio propagandata dal fascismo e la collega con la tendenza passiva e masochista attribuita al sesso femminile da Sigmund Freud:

 

          Fin dall’inizio il fascismo ha mirato ad un’accettazione che io ho definito come

          masochista da parte delle donne: un’accettazione d’ogni “tortura” e di un “impulso

          verso la morte” (Freud) celebrato come l’eterno rito dei morti in battaglia e delle

          vedove che esaltano il loro sacrificio di castità. Da questa rinuncia alla vita nasce la

          gioia autonegatrice della donna: è la "gioia" della negazione tra donna e potere:

          rinuncia, subordinazione, schiavitù domestica, in cambio di un astratto, verboso,

          demagogico amore del leader, il Duce, il grande e virile clown fascista.  (38)

 

            Il sacrificio è direttamente collegato alla sottomissione allo sposo. La sposa assume la procreazione e la cura dei figli come sue attività essenziali e deroga al marito ogni altro diritto decisionale: è subordinata ed obbediente.

     Infine la donna-madre è encomiabile per il suo atteggiamento materno. Ciò potrebbe parere scontato, ma ci si riferisce non solo all’atteggiamento verso i figli, bensì anche a quello verso gli uomini, ovviamente in particolare verso il marito ed i familiari di sesso maschile. Secondo Robin Pickering-Iazzi nell'articolo: "Unseduced Mothers." lo studio di vari articoli di propaganda fascista, riuniti in una raccolta da Piero Meldini, rivela che "the term motherhood refers to biological reproduction (giving birth to a child, preferably a son) as well as to the symbolic 'mothering' of husbands, sons, fathers, and brothers" (27).  Nello stesso articolo Pickering-Iazzi contribuisce ulteriormente al tema offrendo una citazione veramente illuminante da "Donne e culle," un articolo di propaganda fascista scritto nel 1930 da Manlio Pompei:

 

Nothing ties us men more and nothing pleases us more than the woman-mother, the inevitable object of every labor, she who in her acting goodness reminds us of our mother's face, she who thus makes an inseparable union of our past and future, where memories of yesterday and hopes for tomorrow meet, uniting the warmth of a single devoted caress."  (27)

 

     All'interno della propaganda fascista la figura utopica della donna-madre è completata dalla presentazione della sua antagonista: la donna-crisi. E’ chiaro che questa seconda figura è costruita al negativo partendo dalla prima.

    Fisicamente ella rappresenta l’esatto opposto. La prima è grossa, mentre la seconda è magra. La prima è associata con l'idea d’abbondanza e generosità, mentre la seconda lo è con l'idea di scarsezza ed egoismo. Il petto prosperoso è sostituito da un piccolo seno da adolescente che non promette nutrimento per i figli. Il suo fisico è presentato come un'offesa alla natura, come un prodotto di diete continue o come appartenente ad un tipo fisico non italiano. A proposito è interessante un'altra citazione dal libretto del Dr. Mancini, che presenta la donna inglese, abitante di una nazione ostile, come antimaterna per eccellenza:

 

         L’allattamento artificiale è poco usato in Italia ed è più frequente in altri paesi, dove

         è stato adottato da secoli.  Nell'Inghilterra, per es., è molto adottato dove le donne

         come sapete non hanno poppe, perché sono delle tavole piatte ed angolose senza

         alcuna rotondità, piatte nel fisico ed angolose nello spirito, come angoloso e poco

         socievole. . . . è lo spirito con la sua falsa democrazia del popolo inglese. . . . il quale

         merita con la sua sorella minore, la Francia, tutto il nostro odio e il nostro disprezzo

         presente e futuro per il modo indegno con cui hanno trattato e stanno trattando

         l'Italia nuova.  (20)

 

Questo passo è molto rivelatore, in quanto collega il fisico della donna-crisi con lo spirito, combinando chiaramente l'aspetto esteriore con la personalità.

     Anche nella personalità, la donna-crisi è creata come l'opposto della donna-madre. La donna-crisi non è pronta a sacrificarsi per gli altri, al contrario è essenzialmente egoista. Mentre la donna-madre è caratterizzata dal verbo dare, la donna-crisi è caratterizzata dal verbo prendere. A proposito è efficace un’illustrazione pubblicata ne Il selvaggio nel 1931, rappresentante la formosa e semplice (rurale) donna-madre mentre allatta e la magrissima e sofisticata donna-crisi mentre beve un cocktail aiutandosi con una cannuccia: una dà da bere, mentre l'altra beve. Continuando con la serie d’opposizioni, la donna-crisi non è sottomessa al marito. Non è sposata, o è una moglie che non vuole accettare un ruolo sottomesso. Infine l'atteggiamento di questa donna è tutt'altro che materno. Essa non ispira pace e protezione, al contrario preoccupa, ispira ansia nell'uomo.

     Riassumendo i tratti della figura utopica della donna-madre, proposta dalla propaganda fascista, sono: il fisico abbondante, la tendenza al sacrificio, la sottomissione all'uomo e l'atteggiamento materno. A questa figura è contrapposta, sempre dalla propaganda fascista, un'antagonista, un esempio da non seguire, caratterizzata da: l’estrema magrezza, l'egoismo, la mancata sottomissione all'uomo e l’atteggiamento che intimorisce. 

       Il desiderio di definire i contorni dell’immagine femminile introdotta dalla nuova tendenza antifascista conduce all’analisi tre opere significative per la presenza di personaggi femminili di notevole interesse: i romanzi L’Agnese va a morire e Il sentiero dei nidi ragno ed il film Roma, città aperta.

       L'Agnese va a morire di Renata Vigano’ (1949) rappresenta un chiaro tentativo di affermare la figura di un'eroina antifascista. L’opera è ambientata nella Repubblica di Salò, la porzione dell'Italia del Nord alla quale i tedeschi posero come capo Mussolini, dopo averlo liberato dalla sua prigionia. L'Agnese è una lavandaia alla quale i tedeschi uccidono il marito per la sua attività di comunista. Dopo essere stata avvicinata dai partigiani che erano stati compagni del marito, la donna inizia a collaborare con la Resistenza e, dopo avere ucciso un tedesco, si unisce definitivamente ai partigiani. Infine è catturata dai tedeschi ed uccisa.

     Nel corso dell’opera è possibile seguire la formazione dell’eroina. Da un inizio in cui l'Agnese non è coinvolta in nessun senso nella lotta partigiana, si giunge ad un epilogo che la vede morire come una martire della Resistenza. L’enfasi sulla protagonista antifascista prepara un fertile terreno per un confronto con la figura di donna ideale che era stata esaltata durante il fascismo.

     Dal punto di vista fisico l'Agnese è sorprendentemente simile alla donna-madre propagandata dal fascismo. L'Agnese è presentata come grossa fin dalle prime pagine del romanzo. Il marito, parlando con un soldato che ospita per una notte, dice: "Lei era bella e alta non grossa come adesso" (7). Vi sono in seguito vari altri riferimenti all'abbondanza della corporatura dell'Agnese, ma l'episodio in cui tale caratterizzazione raggiunge il suo culmine è quello in cui i partigiani, nel cui campo l'Agnese sta ora vivendo, le procurano una vestaglia da indossare mentre lavora: "L'Agnese prese la vestaglia con le mani incerte, la guardò, perplessa. - Forse non è molto adatta, - disse il Comandante, ma non abbiamo trovato nient'altro che potesse andarti bene. Erano solo donne magre. - Sì, - osservò rassegnata l'Agnese. - io sono grossa" (80).

       L'Agnese è materna anche nell'atteggiamento. Sebbene non sia una madre, assume questo ruolo con gli uomini della sua vita. Nel rapporto con il marito Palita, i dati salienti c sono i seguenti: l'Agnese è maggiore d’età, il marito è debole, malato ed accudito come un figlio. Palita dice: "L'Agnese è sempre stata brava. Lavora lei per me, fa la lavandaia al paese. Mi tiene con tutte le cure come un bambino. Senza di lei non sarei più vivo." (8) Questa tendenza continua quando l'Agnese si unisce ai partigiani. E' evidente che il ruolo che l'Agnese assume nei confronti del gruppo al quale si unisce è quello di madre. Nel campo in cui vive con i partigiani è possibile assistere ad una trasformazione simbolica in cui il campo diventa la casa:

 

          Coi primi lavori nell'accampamento, l'Agnese sentì perdersi in lei quel senso di

          precarietà che l'aveva tenuta sospesa dal primo passo della sua fuga. Rinasceva

          l'abitudine alla vita, aveva fame sete e sonno come gli altri. Quando vide Gim che

          tirava fuori i tegami e le pentole ridivenne donna di casa.  (70)

 

Allo stesso tempo i partigiani diventano i figli dell'Agnese. Sono chiamati "ragazzi" e "bambini" e si comportano come tali nel loro rapporto con lei: "i ragazzi dicevano - Che fame! - e venivano, ora l'uno ora l'altro, a vedere se la pentola bolliva" (71). Nel frattempo l'Agnese si trasforma nella loro mamma, la donna-madre che accudisce la casa e i figli alla perfezione: "era stata per loro come la mamma, ma senza retorica senza dire: io sono la vostra mamma. Questo doveva venir fuori coi fatti, col lavoro. Preparargli da mangiare, che non mancasse niente, lavare la roba, muoversi sempre perché stessero bene" (101).

     Durante la sua collaborazione con i partigiani, l’Agnese assume un ruolo sottomesso, è sempre obbediente e pronta ad assolvere tutti gli ordini che le sono impartiti fin dall'inizio quando porta un pacco senza nemmeno conoscerne il contenuto. In una delle scene "idillico-casalinghe" nel campo dei partigiani, la donna, dopo aver preparato il pranzo per tutti, si ricorda a malapena di mangiare qualcosa anche lei e si mette in un angolino a mangiare un po' di minestra avanzata dall'assalto dei "figli". Questo comportamento rimanda ad un altro tratto appartenente alla donna-madre fascista: il sacrificio. L'Agnese si realizza nel sacrificio per gli altri ed in particolare per degli uomini. Fino alla fine, quando si offre di andare al paese per il partigiano Magòn ed è catturata ed uccisa. Ecco le parole con cui è accomiatata: "Ma se vuoi andare è meglio. Passando da L. compera un po' di pane" (265). Alla fine l'Agnese va incontro alla morte per comprare il pane!

     Quest’interpretazione del personaggio dell'Agnese contrasta con la prefazione al romanzo di Sebastiano Vassalli, che esalta l'opera come celebrazione della partecipazione attiva della donna alla Resistenza. L'Agnese si rivela secondo la mia analisi come una figura passiva, sottomessa, relegata a funzioni essenzialmente "materne." Inoltre la stessa ideologia antifascista dell'Agnese non è sufficientemente provata. Il momento in cui l'Agnese dichiara di capire finalmente quelle che prima erano state per lei "cose da uomini" (18) non è convincente, poiché manca nel corso del romanzo un solido sviluppo ideologico del personaggio. Al contrario, se un itinerario verso la partecipazione alla Resistenza dovesse essere tracciato, si potrebbe notare com’è possibile ricondurre la "conversione" dell'Agnese alla fedeltà al marito e al desiderio di vendicarlo. Le tappe fondamentali per l'Agnese sono: l'uccisione del marito, la morte della gatta (entrambe causate dai tedeschi) e l'esplosione del bisogno di vendetta, con la conseguente uccisione del soldato tedesco. L'unione con i partigiani deriva da questi fatti essenziali e non potrebbe mai avvenire senza di loro. La figura dell'Agnese, anche nell'ideologia, sembra più ispirata dal desiderio di sacrificio per un uomo che da una vera coscienza politica. Questo dato accosta ulteriormente il personaggio creato da Renata Viganò alla figura utopica della donna-madre.  

     Le antagoniste dell’Agnese sono alcune vicine di casa: la Menghina e le sue figlie. Esse abitano nella casa di fronte e sono delle vecchie conoscenze. La Menghina e le figlie collaborano con i fascisti ed i tedeschi. Sono loro che fanno la spia e provocano l'arresto e quindi la morte di Palita. Infine sono barbaramente uccise dagli stessi tedeschi, quando essi si vendicano della morte del loro soldato (provocata dall'Agnese).

      La Menghina e le figlie sono principalmente caratterizzate dall'egoismo. Esse pensano solo al proprio tornaconto. I tedeschi sono considerati solo come fonte di guadagno. Il comportamento delle tre donne fa nascere il sospetto che esse sarebbero pronte a vedere passare sull'Italia qualsiasi tipo d’occupante senza scomporsi, solo pensando a come trarne profitto. Questi piani sono concepiti ed eseguiti senza l'intervento di nessun uomo. Le vicine non hanno un legame fisso con nessuno e Giuseppe, il marito della Menghina ed il loro padre, è un pater familias spodestato, privo di qualsiasi potere decisionale.

     In questo trio non c'è posto per sentimenti materni. La Menghina non mostra mai tenerezza verso le figlie e dimostra di usarle come mezzi di guadagno, da piccole, mandandole a rubare e da grandi, sfruttando la loro avvenenza per attrarre uomini da sfruttare. Le figlie della Menghina sono belle e snelle. Questo dettaglio crea un ennesimo contrasto con la figura dell'Agnese.

      Queste antagoniste, con l'egoismo, il rifiuto di sottomettersi ad un uomo, la mancanza di sentimenti materni e infine, nelle due figlie, la magrezza, si avvicinano enormemente alla figura della donna-crisi condannata dai fascisti. Ne L'Agnese va a morire non solo l'eroina antifascista somiglia alla figura utopica fascista della donna-madre, ma le sue nemiche somigliano alla donna-crisi dipinta dal fascismo.

     Un'altra opera degna di studio a causa delle sue protagoniste è Roma, città aperta di Roberto Rossellini. Il film, girato nel 1947, è giustamente considerato un classico del neorealismo italiano. Nella Roma occupata dalle truppe germaniche un generale tedesco cerca di debellare la Resistenza. Manfredi, un importante esponente dell'organizzazione clandestina trova rifugio in casa di Francesco, il quale condivide la stessa ideologia. Francesco sta per sposarsi con Pina, anche lei d’idee antifasciste, mentre Manfredi ha una relazione con un'attrice: Marina. Un giorno Francesco è catturato dai tedeschi e Pina è uccisa mentre rincorre la camionetta che lo sta portando via. Marina fa la spia e provoca l'incarcerazione di Manfredi e di Don Pietro, un parroco che collaborava con la Resistenza. Manfredi muore a causa delle eccessive torture e Don Pietro è fucilato. Entrambi muoiono da eroi senza tradire i loro compagni.

     Roma, città aperta è un'opera corale che non presenta una singola donna antifascista come protagonista come L'Agnese va morire, ma nel film sono presenti due figure di donne rilevanti: Pina e Marina. La prima è antifascista e la seconda è presentata fin dall'inizio come sua antitesi. Pina è vedova e madre di due figli. E' una donna semplice, una popolana che accudisce la casa e si veste con modestia. Rappresenta la donna formosa, anche se non è grossa come l'Agnese. Al contrario Marina è una snella attrice, che si veste sempre con ricercata eleganza e ha modi raffinati.

     Il contrasto tra le due protagoniste è principalmente incentrato sul loro rapporto con i rispettivi compagni. Marina si prende cura di Francesco e nello stesso tempo si affida completamente a lui. Pare che anche l’ideologia antifascista di questa donna derivi più da un’assoluta fiducia nel fidanzato che da una vera presa di coscienza. La totale dedizione di Pina al proprio uomo è portata all'estremo fino al sacrificio finale, quando la donna è uccisa gridando il nome di Francesco e cercando di salvarlo a tutti i costi. Il comportamento di Marina verso Manfredi è assai diverso. Marina sembra più portata a prendere che a dare. Il film offre un chiaro riferimento al fatto che Marina vive nel lusso sfruttando la generosità di certi uomini. Il rapporto con Marina non protegge, al contrario mette in pericolo Manfredi e gli uomini in generale. Il valore distruttivo della passione che Marina risveglia negli uomini è messo in evidenza da Millicent Marcus: "Marina's concept of love as transcendent and destructive passion is given words by the song overheard in her dressing room while she ransacks her purse for narcotics. . . . 'At Copacabana they steal your heart, at Copacobana is the life of love.' " (40). Marina è la distruttrice, mentre Pina è la creatrice. E' per questa tendenza alla creazione, non per il semplice fatto di essere madre di due bambini che Pina si presenta come una figura ideale di donna-madre. Pina dà e crea. Pina dà affetto, dà cibo, dà alloggio, infine offre la propria vita. L'antagonista è la donna che non procrea, ma che prende e distrugge. L'atto di prendere è espresso in Marina non solamente nell'accettare soldi dagli uomini o la pelliccia dai tedeschi come ricompensa per il tradimento, ma anche dall'assunzione di narcotici, alcool ed infine droga. Quest'immagine di Marina ricorda fortemente il contrasto tra la donna che allatta e quella che beve dell'illustrazione già citata.

     Non è arduo associare Marina con la donna-crisi condannata dalla propaganda fascista. Da tale simbolo si distaccano anche gli antifascisti impersonati da Manfredi. In un dialogo con Pina, Manfredi dice: "Non era il tipo di donna per me." Marina, è chiaramente classificata da un antifascista come una donna da non sposare. Nel frattempo Francesco, l’altro antifascista, ha chiaramente deciso chi può essere degna di diventare sua moglie: Pina, la donna materna.

     La terza opera che può rivelarsi indicativa per il tema trattato è il romanzo Il sentiero dei nidi di ragno, pubblicato nel 1947 da Italo Calvino. Il libro narra le avventure di Pin, un ragazzo che si unisce ad un gruppo di partigiani, dopo avere rubato la pistola di un tedesco, assiduo frequentatore della sorella Rina che esplica nel paese l'attività di prostituta. 

     Il romanzo non presenta alcun’eroina antifascista, ma il personaggio della sorella di Pin si rivela colmo d’implicazioni ed allo stesso tempo si offre come negativo di un personaggio non presente, forse proprio perché portato al massimo dell'idealizzazione.

     La donna-madre è la grande assente, poiché nessun personaggio la incarna, ma allo stesso tempo è la protagonista femminile come utopia.  La figura che invece s’incarna in un personaggio è la sua antitesi: la donna-crisi, qui veramente caratterizzata come donna-matrigna. Tale personaggio è Rina, la sorella di Pin, soprannominata la Nera. Rina è principalmente delineata attraverso ciò che non fa per Pin: offrire una figura materna. Fin dalla prima presentazione è evidenziata la sua incapacità o meglio il suo rifiuto di comportarsi come una madre con il fratello orfano:

 

     La sorella di Pin è sempre stata sciatta nelle faccende di casa, fin da bambina: Pin

     faceva dei grandi pianti in braccio a lei, da piccolo, con la testa piena di croste, e allora

     lei lo lasciava sul muretto del lavatoio e andava a saltare con i monelli nei rettangoli

     tracciati col gesso sui marciapiedi.  (14)

 

     Questa prima descrizione di Rina la definisce già come anti-madre per mezzo dell’immagine del bimbo trascurato. Allo stesso tempo la distacca da una caratteristica che è direttamente collegata alla figura della donna-madre: la cura della casa (La sorella di Pin è sciatta nelle faccende).

     La caratterizzazione antimaterna di Rina continua nell'episodio nel quale Pin è arrestato per avere rubato la pistola di Fritz, un marinaio tedesco cliente della sorella. Pin è interrogato da un ufficiale tedesco che gli dà una frustata su una guancia. Quando "la sorella dà un grido. Pin non può fare a meno di pensare a quante volte lei lo ha picchiato, forte quasi come adesso, e a che è bugiarda a far tanto la sensibile" (29). La sorella di Pin è qui descritta come falsamente materna. Questa condanna dell'imitazione insincera dell'affetto materno è confermata in un commento riferito alla Giglia, moglie del partigiano Mancino e parte del gruppo: "Pin odia l'aria materna delle donne: sa che è tutto un trucco e che gli vogliono male, come sua sorella, e solo hanno un po' paura di lui. La odia" (126). Infine, quando quasi alla fine del romanzo Pin torna a casa e "la Nera fa la materna" (154), avviene lo smascheramento finale della sua malriuscita imitazione dei sentimenti materni. Pin rivuole la sua pistola, che la sorella ha ricevuto da un partigiano traditore. "La Nera lo guarda cattiva" (155) e Pin grida: "Scimmia!" (155). La scelta dell'animale non è un caso. La scimmia è l'animale che imita per eccellenza. Pin gridando denuncia lo scimmiottamento della figura materna di cui Rina è stata accusata durante il romanzo.

     Il grido di Pin, che precede di poco il finale del romanzo, può essere considerato un esorcismo della figura antagonista ed un'esaltazione dell'utopia della donna-madre. Fin dall'inizio gli uomini in generale sono descritti come ossessionati dalle donne. Dall'esperienza degli uomini dell'osteria Pin ricava che le cose degli uomini sono: "fumo, vino, donne" (6). Poi, quando Pin si unisce ai partigiani, li caratterizza come uomini che hanno "qualcosa di nuovo. . . . oltre a quella ridicola smania di donne comune a tutti i grandi" (84).  In particolare quest’ossessione si concentra sulla sorella. Secondo Pin tutti gli uomini pensano sempre a sua sorella:

 

         In fondo Pin non capisce perché tutti gli uomini si interessino tanto di sua sorella, ha

         dei denti da cavalla e le ascelle nere di peli, ma i grandi parlando con lui finiscono

         sempre per tirare in ballo sua sorella, e Pin s'è convinto che è la cosa più importante

         del mondo.  (49)

 

Pin è così convinto della centralità della sorella che quando Mancino gli assicura che per un vero partigiano la sorella è la rivoluzione, gli risponde: "Che la conosci anche tu mia sorella?" (64). Poi quando incontra Lupo Rosso, un ragazzo partigiano, lo classifica come "diverso da tutti gli altri" (49), perché non s'interessa di sua sorella.

     La sorella di Pin non è solo presentata come l'ossessione, il centro dei pensieri degli uomini, viene anche presentata come degna di disprezzo non solo per la sua mancanza di caratteristiche materne, ma anche per il senso di disgusto da cui è circondata:

 

          In camera di sua sorella, a guardarci a quel modo sembra sempre che ci sia la

          nebbia: una striscia verticale piena di cose con intorno l'offuscarsi dell'ombra. . . .

          Sembra di guardare attraverso una calza da donna e anche l'odore è lo stesso:

          l'odore di sua sorella che comincia al di là della porta di legno ed emana forse da

          quelle vesti sgualcite e da quel letto mal rifatto, rincalzato senza fargli prendere aria.

         (15)

 

     In definitiva la ricerca di Pin di un amico che è sottolineata in tutto il romanzo si riassume nella ricerca di qualcuno che lo possa liberare da questa figura ripugnante che è al centro del suo mondo. Finalmente Pin trova questo qualcuno nel Cugino. Il Cugino individua la centralità della sorella e allo stesso tempo la sua colpevolezza:

 

- Dunque vediamo un po' com'è andata. . .  Al principio di tutto mi dici c'è una

donna. . .

          - Mia sorella. La Nera di Corrugio Lungo, - dice Pin.

- Naturalmente. Al principio di tutte le storie che finiscono male c'è una donna,

non si sbaglia.  (57)

 

Quando il Cugino alla fine del romanzo chiede l'indirizzo della sorella, Pin è deluso, perché il Cugino si rivela come tutti gli altri uomini. Ma il Cugino torna e sostiene di aver provato schifo per la sorella e si riguadagna così la stima di Pin: "Sai m'è venuto schifo e me ne sono andato senza far niente. . . . Pin è tutto contento. E' davvero il Grande Amico, il Cugino" (159).

      Il finale del romanzo si presta a due interpretazioni: il cugino prova ribrezzo per la sorella, o è il giustiziere che la uccide per essersi alleata con dei membri delle Esse Esse ed avere provocato la retata nel paese. In ognuno dei due casi si è di fronte ad un esorcismo del personaggio negativo di Rina. L'eliminazione attraverso lo schifo e il disprezzo, o attraverso l'uccisione conducono allo stesso risultato: l'esaltazione della figura utopica della donna-madre. Dopo essere mancata nel corso romanzo, ella nasce dalle ceneri della sua antagonista come vittoriosa, proponendosi come l'ideale legittimo:

 

          - Tutte così le donne, Cugino. . . - dice Pin.

          - Eh. . . - consente il Cugino. - Ma non in tutti i tempi è così: mia madre. . .

          - Te la ricordi tu la tua mamma?

          - Sì, è morta che io avevo quindici anni, - dice il Cugino.

          - Era brava?

          - Sì,- fa il Cugino, - era brava.

- Anche la mia era brava,- dice Pin.  (159)

 

     La brama di una mitica figura materna si delinea così come uno dei temi de Il sentiero dei nidi di ragno. Con questo testo Calvino rimanda a ciò che già era stato proposto dai fascisti e condanna la stessa figura muliebre da questi diffamata.

     L’ideale femminile celebrato in L’Agnese va a morire, Roma, città aperta ed Il sentiero dei nidi di ragno, una volta svelato, smascherato, appare molto simile a quello dipinto dai testi diffusi, quando il discorso egemonico era fascista. Allo stesso tempo il disprezzo per la donna-crisi sembra sopravvivere alla caduta del regime. La predominanza della donna-madre nella propaganda mussoliniana può essere ascritta ad un'ansietà maschile. La progressiva modernizzazione della società italiana, il passaggio da un panorama prevalentemente rurale ad uno sempre più urbanizzato, l’inevitabile allontanamento da vari valori tradizionali, introducono probabilmente la paura di una messa in discussione della tradizionale autorità maschile. La particolare insistenza fascista sulla donna-madre e la condanna della donna-crisi si prestano ad essere ricondotte ad un disagio delle istituzioni come genere maschile, più che come insieme di politici. Ciò potrebbe spiegare il perdurare di tale mito, anche dopo la svolta al potere. L’autorità cambia dal punto di vista politico, ma non da quello del genere. I gestori del potere rimangono quasi esclusivamente di sesso maschile. E’ comprensibile che essi percepiscano, in un’epoca cronologicamente non molto distante, una minaccia simile a quella sentita dai loro predecessori.  Il fascismo non è il primo sistema che propone questa visione della donna, non è nemmeno l'ultimo. Perfino ne L’Agnese va a morire, la Resistenza si rivela dopotutto come una "cosa da uomini". Renata Viganò sembra collaborare al tentativo dell’establishment di incoraggiare un tipo di donna innocuo: l’Agnese è una protagonista soddisfatta del suo ruolo di madre sottomessa ai partigiani. Nelle opere trattate in questo saggio il discorso antifascista sembra non opporsi, ma allinearsi con il discorso fascista almeno in un dettaglio: l’esaltazione della donna-madre come l’icona ideale per allontanare l'incubo della minacciosa e incombente donna moderna.

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